Pandemia come occasione, in un libro di Piero Carelli

Crema, 10 maggio 2022

(Giannino Piana) La pandemia da Covd-19 ha profondamente modificato i comportamenti. le abitudini e gli stili di vita dei cittadini. Al di là dell’emergenza sanitaria e di quella economico-sociale, che hanno avuto (e hanno) una enorme rilevanza, le ricadute forse più significative e destinate a farsi sentire a lunga distanza sono quelle di carattere esistenziale, che hanno inciso (e incidono) sulle coscienze e sullo sviluppo delle relazioni interpersonali e sociali. La condizione di isolamento in cui ci si è venuti a trovare, con l’impossibilità di contatti diretti in ambiti come la scuola o il mondo del lavoro, ha lasciato (e non poteva che lasciare) tracce indelebili sulla vita delle persone. Sono note le gravi ripercussioni di questa situazione sulla vita dei bambini e degli adolescenti – le indagini condotte in proposito rivelano un aumento impressionante degli stati depressivi – ; ma, più in generale, è noto il clima opprimente che si è propagato a vasto raggio nella società, creando una situazione di disagio esistenziale, persino di malessere ontologico.

A questa situazione fa direttamente riferimento Piero Carelli in questo bel volume dal titolo curioso Il fico sterile, che addotta un genere letterario inconsueto, scegliendo come interlocutore l’homo sapiens e rivolgendosi a lui, non senza un velo di elegante ironia, attraverso una lunga lettera in cui si alternano a giudizi molto severi sul modello socioculturale dominante proposte positive di cambiamento. Carelli non esita a considerare la pandemia come un’occasione di svolta, un vero e proprio kairòs, un tempo opportuno per sottoporre a dura critica le falle del sistema in corso e per uscirne attraverso un processo di radicale rinnovamento. Il Covid-19 ha infatti messo con chiarezza in evidenza la fragilità e la precarietà della condizione umana, smentendo il mito diffuso dell’onnipotenza prometeica, e ha reso insieme trasparente la illusorietà di molte conquiste, e in generale dell’idea illuministica di progresso, che aveva acquisito una assoluta credibilità, fino ad assumere il carattere di una “nuova religione”.

Carelli dedica una parte considerevole del volume a denunciare una serie di processi manipolativi, a lungo esaltati come espressione del dominio dell’uomo sulla realtà, e perciò come strumento della propria emancipazione, che hanno reso manifesto, anche grazie alla pandemia, le proprie pesanti contraddizioni: dal capitalismo, che rappresenta la causa principale della crescita esponenziale delle diseguaglianze sociali e del dissesto ecologico, alla rivoluzione digitale, che rischia di asservire l’uomo al potere della macchina, fino alla vanificazione del diritto alla privacy, nonché all’inquinamento della comunicazione – si pensi al fenomeno delle fake news – che sottrae all’uomo la possibilità di attingere la verità.

Ma l’aspetto più rilevante (e più problematico) della crisi attuale è da Carelli giustamente messo in relazione con la caduta dei valori tradizionali – quelle “evidenze etiche” che erano percepite in passato come la base delle opzioni personali e sociali – e dalla loro sostituzione con criteri utilitaristici derivanti dalla logica del mercato divenuto “pensiero unico”. L’impossibilità di distinguere il “buono” dall’”utile”, conseguenza dell’adozione di tali criteri, trova la sua ultima giustificazione nell’abbandono delle grandi narrazioni filosofiche e religiose considerate anacronistiche – pensiero greco e rivelazione cristiana in primis – e, più radicalmente, nella perdita dell’attitudine del “pensare” che, secondo Ernst Bloch, significa “oltrepassare”, cioè gettare lo sguardo al di là del fattuale per scorgere le potenzialità latenti nella realtà e aprirsi all’inedito, facendo spazio alla logica sovversiva e al potere dell’utopia.

Carelli non si limita tuttavia a rilevare i limiti e i mali della situazione presente; offre indicazioni e piste preziose – è questo il contributo più importante della sua riflessione – per la promozione di una alternativa, che esige per essere attivata un cambio di paradigma, sia a livello della coscienza personale che della struttura sociale. Sul primo versante – quello della coscienza personale – egli sottolinea l’esigenza di una radicale metanoia, che faccia proprie alcune virtù che hanno le loro radici nelle profondità dell’umano, ma che ricevono un ulteriore e più solido fondamento nella tradizione ebraico-cristiana: dall’accoglienza alla gratuità, dalla solidarietà alla fraternità. Sul secondo versante – quello strutturale – Carelli chiama in causa la politica, riconoscendole il ruolo centrale che le spetta e sollecitandola ad affrontare, secondo la logica di un “pensiero globale”, alcune questioni di fondo come quelle dei rapporti tra diritti soggettivi e diritti sociali e tra sussidiarietà e solidarietà; a fornire risposte efficaci ad emergenze come quelle della salute, dei migranti e delle nuove povertà; e, infine, a ricercare soluzioni equilibrate – qui soprattutto la distinzione tra “buono e “utile” acquista una particolare rilevanza – a tematiche di grande delicatezza come quelle della bioetica.


Il libro di Piero Carelli, che si rivolge a tutti i cittadini spingendoli ad assumersi ciascuno le proprie responsabilità civili, pur non illudendosi che questo avvenga ma dichiarando nel contempo non impossibile il “miracolo”, non contiene soltanto una rigorosa analisi dell’esistente, ma apre anche (e soprattutto) una “nuova frontiera” che, sia pure in un contesto particolarmente difficile e complesso come l’attuale, costituisce un indubbio spiraglio di speranza.


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